22/05/2023
(✏️ Giusi Fasano) La chiamata è arrivata dalla prefettura. «Ci darebbe il permesso di allagare i suoi campi?». Non c’è stato bisogno di aggiungere altro. Fabrizio Galavotti ha capito e risposto al volo: «Fate quello che dovete fare, speriamo serva a qualcosa...». Era paradossale. I 200 ettari della sua «Cab Terra», una cooperativa agricola braccianti alle porte di Ravenna, erano fra i pochi risparmiati dall’alluvione. E adesso, però, gli stavano chiedendo di sommergerli «per cercare di alleggerire la pressione dell’acqua — sintetizza lui — e salvare il salvabile». Il «salvabile», cioè il cuore della città. Da quando il fronte dell’emergenza si è spostato da queste parti, da quando canali e fiumi hanno mostrato tutta la loro cattiveria in periferia, la parola d’ordine è: Ravenna non deve finire sott’acqua. E il sacrificio della «Cab Terra» finora è valso allo scopo.
Il corso d’acqua Canala, gonfio e inarrestabile, puntava dritto verso l’esondazione, le idrovore più a valle non bastavano a ridurne la portata e quindi l’unica soluzione possibile per non farlo uscire dagli argini era deviarlo. Così si spiega quella telefonata al presidente della cooperativa agricola. «I nostri 200 ettari erano nella posizione giusta per tentare l’operazione e ho detto subito di sì, credo che chiunque altro avrebbe fatto lo stesso». Leggi l'articolo completo sul Corriere 👉