Agape è il nome del centro ecumenico costruito nel 1947 a Prali, nella bellissima Val Germanasca, dalla comunità valdese profondamente radicata in questo territorio, in cui, durante la seconda guerra mondiale, aveva praticato resistenza attiva al nazifascismo. Subito dopo la guerra un gruppo di giovani protestanti valdesi avviò la costruzione di una struttura immersa nelle montagne, a cui partecip
arono per anni centinaia di ragazzi e ragazze provenienti da tutto il mondo. Da quel progetto nacque un luogo che avrebbe ospitato negli anni numerosi incontri internazionali su temi di attualità politica e sociale, questioni di genere, spiritualità, dibattito teologico, formazione, in cui si confrontavano credenti di diverse fedi e confessioni religiose, ma anche persone atee e agnostiche. In particolare la formula che più ha caratterizzato Agape è quella dei campi: incontri comunitari di una settimana in cui si alternano momenti teorici, ludici e di vita quotidiana collettiva. Dopo i primi campi a conduzione prevalentemente maschile, nel 1974 nacque il “campo femminista internazionale”: sebbene fosse stato convocato dagli allora direttori uomini di Agape, la scelta del separatismo si impose fin da subito. Racconta Letizia Tommasone, teologa femminista e pastora valdese che ha partecipato alla realizzazione dei primi campi donne: “I campi per i primi anni sono privi di un titolo e di un tema, non hanno relatrici ma tavole rotonde e dibattiti. Si tratta di grandi e appassionanti luoghi di incontro e di esperienza femminista e lesbica. I metodi sperimentati nei campi non potevano essere riportati in documenti e materiali. Si trattava soprattutto di gruppi di discussione e di autocoscienza, di esperienze corporee e artistiche, di laboratori (massaggi, fotografia, manipolazione di materiali, espressioni artistiche di vario tipo, danza, musica). A causa di questa frammentazione e indicibilità dell’esperienza corporea, l’archivio di Agape contiene poco materiale scritto. Sono conservate lì le liste delle partecipanti e, a volte, fogli sparsi legati alle attività”. Nel 1987 il campo donne si trasformò in un campo italiano inizialmente circoscritto all’esperienza del femminismo protestante, ma già dall'anno successivo si allargò e divenne un recettore delle esperienze dei femminismi italiani slegati da cornici religiose. Scorrendo le descrizioni dei campi donne dagli anni '70 fino ad oggi sembra di fare un viaggio nel tempo: si passa da “Femminismo e lotta di classe” (1975) a “Famiglia, occupazione femminile, doppio lavoro, maternità e aborto” (1977), dal corpo (1978) al “Rapporto tra emancipazione e liberazione” (1979): si discute di politica delle donne (1980-81), cultura (1982-83), tempo (1984), gioco (1985), “Scienza e teologia” (1988), “Immagine e utopia” (1990), “Pratiche della disparità” (1992), “Autorità femminile” (1993), “Politica e spiritualità” (1996), “Sapere d'amore” (2002), “Forza femminile” (2003), Precarietà (2005), migrazioni (2007), resistenze (2009), pratiche femministe (dopo Paestum) (2012), e di nuovo corpi (2013). Se all'inizio il tema politico e internazionalista è molto forte e dominano le lotte legate alla liberazione (erano gli anni delle battaglie per il divorzio e l'aborto), dall'inizio degli anni '90 l'orientamento dei campi donne è stato legato al pensiero della differenza sessuale, mentre negli ultimi anni la composizione delle staff che si occupano di ideare e organizzare i campi si è molto diversificata, arrivando ad incrociarsi con femminismi attivisti, creativi, queer e intersezionali. La prosecuzione di questa esperienza, e anche il motivo della sua longevità (caratteristica non propriamente tipica dei femminismi italiani), è dovuta a una trasmissione intergenerazionale (non necessariamente in senso anagrafico) progressiva: le staff sono composte da un numero variabile di donne, mediamente 5-6, che si prendono la responsabilità di lavorare in staff per alcuni anni. Per mantenere il legame con il luogo, ad ogni staff partecipa anche una donna del gruppo residente, composto da una decina di persone che per uno o più anni vive stabilmente ad Agape. Le staff si incontrano diverse volte durante l'anno per decidere temi e modalità dell'incontro successivo, e quando qualcuna esce dal gruppo si invita un'altra donna ad entrarvi. Durante i campi la gestione della struttura, la preparazione dei pasti, le pulizie sono fatti da volontari e volontarie dei Campolavoro, cioè lavoratori e lavoratrici, di solito molto giovani, che soggiornano ad Agape per un periodo di tempo più breve. I campi donne rappresentano a tutt'oggi un'esperienza separatista, che si svolge in un luogo abitato e attraversato da uomini e donne, con regole e prassi che tutelano gli spazi e i momenti separati delle attività. In quarant'anni questo luogo ha accolto relazioni tra donne, incontri, confronti, conflitti, amicizie, amori, rotture; scambi teorici e condivisione dello spazio, con-vivenza dei corpi.