24/12/2024
Ieri, sul treno che mi riportava a Roma, è successa una cosa che mi ha lasciato l’amaro in bocca.
A Orte è salita una ragazza giovane, dai capelli neri e luminosi. Si è seduta sul posto di fronte a me, dall’altra parte del corridoio.
Dopo pochi minuti, è arrivato il controllore per controllare i biglietti. La ragazza ha mostrato la sua tessera e lo scontrino dell’abbonamento annuale. Con tono freddo e meccanico, il controllore le ha detto che la tessera risultava non valida e che lo scontrino, custodito in una bustina trasparente, era solo una fotocopia e non l’originale. Lei ha spiegato, con garbo, che conserva una fotocopia perché l’originale scolorisce col tempo, aggiungendo che da dieci anni prende quel treno ogni giorno per studiare a Roma, e nessuno le aveva mai fatto notare problemi.
La sua voce tradiva un’agitazione composta, quella di chi sa di non aver fatto nulla di sbagliato ma si ritrova costretto a difendersi. Cercava lo sguardo del controllore, ma lui non la guardava mai. Continuava a ripetere, senza muoversi, che l’abbonamento non era valido e che avrebbe dovuto multarla. Lei gli ha consegnato i documenti con mani tremanti, trattenendo a fatica le lacrime.
In quel momento, ho sperato che il controllore capisse, che mostrasse un po’ di umanità, ma non è successo. La multa è arrivata comunque: 105 euro. La ragazza, mordendosi nervosamente il labbro, ha abbassato lo sguardo verso il finestrino. Non ha pianto, ma il suo silenzio era più eloquente di mille lacrime.
Quando siamo arrivati a Roma, non sono riuscito a trattenermi. Mi sono avvicinato per dirle che avevo assistito alla scena e che volevo esprimerle la mia solidarietà. Lei mi ha ringraziato, sorprendendosi, e ha ribadito che il suo abbonamento era regolare, che non meritava quella multa. Mi sono offerto di accompagnarla per aiutarla a far valere le sue ragioni.
Si chiama M., mi ha detto. La sua famiglia è di origini peruviane e frequenta il primo anno di Accademia della Moda. Ogni giorno prende quel treno per andare a lezione. Mentre parlava, ho visto la sua frustrazione allentarsi, trasformarsi in una forza calma.
Avevo fretta: una riunione mi aspettava, ma non potevo lasciarla sola. Siamo andati alla biglietteria, dove una ragazza gentile ci ha spiegato che la multa andava comunque pagata, ma che avremmo potuto fare reclamo. Abbiamo compilato il modulo e siamo corsi alla metro per verificare l’abbonamento. Dopo una lunga fila, la verifica è stata positiva: l’abbonamento era valido. Abbiamo chiesto un duplicato, che ci è stato rilasciato.
Siamo tornati allo sportello di Trenitalia. Finalmente un responsabile ci ha ascoltato. Ha trovato la vicenda assurda e ci ha spiegato che il controllore avrebbe potuto fare una multa ridotta, come se l’abbonamento fosse stato dimenticato, anziché trattarla come una viaggiatrice senza biglietto. Forse riusciremo ad annullare la multa, ma serve un ulteriore passaggio in un altro ufficio.
A quel punto, erano già passate due ore. Non potevo restare oltre. Ho chiesto al responsabile di seguirla fino alla fine e ho lasciato a M. il mio numero per avere notizie.
La sera, ho ricevuto un messaggio:
“Buonasera, sono M. Volevo ringraziarla per quello che ha fatto per me oggi. Mi sono sentita meno sola. Pagherò la multa ridotta di 5 euro e presenterò il reclamo. Grazie di cuore.”
Quelle parole mi hanno rincuorato, ma un velo di amarezza è rimasto.
Quella ragazza poteva essere mia figlia, e forse è per questo che mi ha colpito così tanto. Ho pensato alle piccole e grandi ingiustizie che ogni giorno si consumano, invisibili, nel grande mare della vita.
Domenico Iannacone